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L’ESSERE COINCIDE COL FARE?


Questa domanda è fondamentale per delineare correttamente il proprio campo d’azione e la consapevolezza di chi siamo realmente. “Io sono avvocato”, “Io sono meccanico”, “Io sono dottore”, e via dicendo….quante volte siamo rientrati in queste autocatalogazioni? A me personalmente piace sostenere di ESSERE un uomo e di FARE il fisioterapista. A prima vista può apparire una differenza leziosa e insignificante, tuttavia invito a riflettere sul fatto che la nostra mente recepisce tutti i messaggi, sia a livello verbale che non verbale, energetico e così via. Quali conseguenze può avere vivere un conflitto di svalutazione e di inadeguatezza nell’ambito della propria professione nel momento in cui viviamo immersi nella piena autoidentificazione con essa? Io vivo un piccolo o grande fallimento professionale ed ecco che questo si diffonde a macchia d’olio e sovrasta in breve tempo l’idea che noi abbiamo di noi stessi. Si potrebbe ancora obiettare che ok, una volta che io riesco a distinguere i due miei ambiti di vita, quello lavorativo e quello personale, il gioco è fatto, sono salvo. Purtroppo mi dispiace dire che non sempre è così immediato il processo vissuto dal nostro Non conscio (termine mutuato dalla tecnica SER Upledger, di cui sono operatore). L’abitudine e la consuetudine nell’autodefinirsi col titolo di studio e/o professionale è una trappola in cui spesso si cade, con conseguenze molto rilevanti. Entriamo infatti per un attimo nell’ambito della codifica psicoemotiva dei sintomi corporei: una limitasione alle mani è collegata a una problematica connessa col “non sentirsi adatti a compiere un’azione pratica importante per la propria sopravvivenza”; una cefalea ricorrente può essere conseguenza di un vissuto di “non sentirsi intellettualmente all’altezza di un compito assegnatoci” e così via. Il mio invito è quello di riflettere attentamente sulla tempistica che governa i momenti quotidiani e la comparsa dei sintomi che ci infastidiscono: attraverso una attenta indagine delle 24/48 ore è altamente probabile che ci venga in mente quale sia stato il nodo conflittuale che ci ha portato a vivere un determinato sintomo. A questo punto va da sé che un intervento mirato attraverso farmaci, chirurgia, manovre fisioterapiche ecc. è rilevante e talvolta risolutivo, ma lavorare con costanza e consapevolezza alla costruzione della propria personalità e della propria individualità scisse dal proprio ruolo sociale costituisce una strategia altrettanto efficace. Per concludere in tal modo potremmo evitare di trovarci all’età della pensione e di sentire quel vuoto che caratterizza molte persone nel momento in cui non c’è più la quotidianità del lavoro: evitare cioè di trovarci con una vita vuota di scopi ma piena di sintomi autoalimentati, per i quali si incolpa talvolta la sfortuna, talvolta il caso e talvolta une non ben definita punizione divina. Spesso e volentieri la soluzione a tutto ciò poteva essere costruita nel corso degli anni, attraverso il lavoro a una vita personale e piena di “Sono un Uomo, mi chiamo Francesco e per vivere in maniera piena e soddisfacente faccio anche il fisioterapista”. Ognuno può chiaramente declinare questa frase sulla propria esperienza personale…...buon lavoro!!!

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